Via Pelleria

Ai ragazzi di Pelleria che resero felicissima la mia infanzia

"Stamani bella via Pelleria, del colore del cuoio vecchio e del ferro corroso.
Vi sono entrato dal fondo; era priva di automobili, la si vedeva intera. Le case della medesima altezza.
Sin dall'inizio accenna la curva, un'asta che si comincia a tendere. Lo stesso piacere umano quando lentamente uno si stira.
Mi sono domandato da che derivava la sua bellezza. Se perché in quei fondaci lavorarono per secoli le pelli e ancora i muri ne sudano; se per il miracolo che le case sono tutte alla stessa altezza; se per quel colore misterioso e quasi terribile che imprime il tempo sopra i muri oppure tale beltà proviene da una gentilezza di generazioni di lucchesi che senza avvedersene in quella strada impressero la loro anima."
(Mario Tobino: "Gli ultimi giorni di Magliano")

Come accade ai più, non ricordo niente dei miei primissimi anni, che debbono essere stati assai belli se è vero, come ho occasione di osservare oggi nei miei splendidi bambini, che sono ricchissimi di sorprese, di scoperte, di emozioni.
Essi costituiscono la prima impalcatura del nostro divenire, che resta forse la più fervida, la più imprevedibile, la più feconda; e quegli anni - è così strana la vita - non li rammentiamo, benché ne siamo così tanto impregnati. Si perdono e si confondono al pari della nostra esistenza prenatale.
Sforzando la memoria, di quel tempo ricordo solo una passeggiata con mio fratello Giuseppe, maggiore di me di venti mesi, su di una bicicletta di legno forse di color giallo e rosso; e della passeggiata rammento un luogo soltanto: porta San Donato ove nei tempi andati era collocata la gabella (e infatti con questo nome tutti chiamavamo quel luogo); in particolare rivedo gli istanti in cui attraversavo, nella sua poca luce, l'antico passaggio, munito all'interno di una robusta saracinesca, tenuta sospesa a mezz'aria da congegni solo oggi svelati.
Della guerra, che pure era al culmine, nessun particolare resta, se non un'immagine labilissima di una fuga giù per le scale insieme con altri inquilini, nel pieno della notte.

Della gabella intiepidita dal sole m'è rimasto il ricordo del suo tepore e della tranquillità che certi giorni lì ci prendeva. Non si pensava ai giochi, ma certe mattine ce ne stavamo seduti al calduccio semplicemente a chiacchierare.
Altre volte invece ci spingevamo al di là della porta San Donato ad ammirare due simpatici omettini che fabbricavano corde.
Lavoravano appena fuori delle Mura, a sinistra di chi esca dalla città, sul prato che è adiacente alla strada di circonvallazione. Fino a qualche tempo fa erano ancora visibili i due sostegni che reggevano la ruota; questa, girata a mano da uno dei due, intrecciava la canapa che si allungava sorretta da paletti; l'altro andava su e giù con una specie di spugna di legno e manteneva bagnata la nascente fune.
Passavamo, in quei giorni di meravigliosa pace, intere mattinate a guardarli.
Il primo, mentre girava la ruota, parlava volentieri con noi.

Ma quando le giornate erano proprio belle ci spingevamo fino "ai marmi". Là il sole batte tutto il giorno e non c'era altro luogo che offrisse tanto spazio ai nostri giochi.
Era così chiamato poiché v'erano stati adagiati, ben ordinati ai lati della stradicciola, colonne e piedistalli di marmo provenienti da un monumento disfatto. Ora non ci sono più e il prato appare al visitatore nella sua originaria compostezza tutta rinascimentale; ed è un incanto per chi, giunto sulla circonvallazione all'altezza della stradina che conduce al cimitero, osservi da lì le Mura della città, con le sue fortificazioni esterne che proprio dai marmi principiano e proseguono in direzione di San Frediano.
Ci divertivamo a correre sopra le colonne disposte in fila una dietro all'altra: chi andava, chi veniva, chi rocambolava. Costituivano una fonte di giochi senza fine.
Una delle colonne era leggermente distanziata dalla sua prossima: per noi quel salto fatto di tutta corsa (un salto che da grande, tornando sul luogo, apparve ridicolo, ma a quel tempo che gran salto!) rappresentava una prova di bravura; e fu proprio lì che un brutto giorno, presa ormai troppa confidenza con l'ostacolo, caddi sbattendo violentemente il mento. Fui portato all'ospedale in bicicletta e lì mi fu ricucita la ferita, di cui porto il segno. Anche la colonna conservò per anni il rivoletto di sangue, finché la pioggia, il vento, le intemperie insomma non se lo portarono via del tutto.
Ai marmi venivano anche le mamme nel primo pomeriggio. Si sedevano; di solito facevano i lavori di cucito, e lasciavano giocare noi bambini.
Ci perdevano di vista a volte; e noi si poteva azzardare qualche impresa più rischiosa, come quella di fare a sassate, che piaceva tanto a mio fratello Giuseppe e a Vittorio, un amico che stava sulle nostre scale.
Quando si aveva sete, invece, bastava andare proprio a due passi dai marmi, vicino al fosso, che allora era assai limpido, dove sgorgava una polla chiarissima. Qui sostavamo volentieri e ci sedevamo lungo il bordo erboso, con le gambe penzoloni. Quando se ne aveva voglia costruivamo dentro la polla una piccola diga dove lasciavamo andare i pesciolini rapiti con vecchi barattoli o con reti di fortuna al fosso.
Nei pressi della polla, dalla parte di San Frediano, un contadino piantava certi anni del granturco. In ottobre, quando ormai non restavano che le canne secche, quel campo diventava per noi un meraviglioso e intricatissimo bosco, dentro il quale scorrazzavamo.
Ricordo che costruimmo con quelle canne una grande e bellissima tenda indiana, che resistette molti giorni e fu la nostra delizia, tanto che si trascurava i compiti per accorrere là tutti insieme, come ad un appuntamento gioioso e irresistibile.

Più spesso, quando pioveva, si andava in "sortita", ma accadeva anche di andarci nelle belle giornate, poiché essa esercitava un suo fascino particolare su di noi.
La sortita è chiamata quel passaggio che, nei tempi andati, avrebbe permesso ai lucchesi in caso d'assedio di uscire dalla città. Dico "avrebbe" poiché in realtà le attuali mura di Lucca non conobbero mai le minacce della guerra. Ve n'è una sotto ciascun baluardo; collegate da bui corridoi, vi si trovano anche molte altre stanze, anch'esse buie, dove si potevano conservare provviste ed armi.
Quella del baluardo di Santa Croce era la nostra sortita che è anche, mi pare, la più bella della città, così come il più bello è il baluardo stesso, che meglio conserva i ruderi rinascimentali.
Guardando la "mezzaluna" - come noi impropriamente chiamavamo i resti della fortificazione costruita nel mezzo del baluardo - la sortita si trova sulla destra nascosta dalle cannoniere: bisogna salire sulla cortina per scorgerne l'apertura.
Il muro attraverso cui ci calavamo (ma più spesso saltavamo direttamente a terra, data la poca altezza) è ancora oggi tale e quale, e cioè costituito da una balza che raggiungevamo con un piccolo salto; da lì si scendeva mettendo piedi e mani in appositi pertugi che l'esperienza ci faceva trovare meccanicamente. Giunti a terra, a destra si apriva (e si apre tuttora) un corridoio stretto, buio, che conduce ad una porta minuscola ("la sortita" appunto) attraverso la quale si esce dalla città.
Rammento ancora il fascino che esercitava su di me il silenzio di quel luogo, lontano da ogni rumore.
Prima della sortita, in fondo allo spiazzo terroso si ergeva, poiché oggi non esiste più, un grosso muraglione di mattoni, che nascondeva una grande apertura. Essa dà accesso alla serie di stanze buie che ho ricordato più sopra.
L'attraversarle tutte con torce accese, quale eccitazione provocava su di noi!
L'ultima di queste stanze infatti era strapiena di pipistrelli, tanto che il pavimento era ricoperto completamente di escrementi: la chiamavamo la camera dei pipistrelli, ed è adiacente alla stanza sul cui soffitto si apre l'ultima graticola posta all'interno della mezzaluna.
A volte, distesi lungo la graticola alcuni compagni attendevano che si arrivasse lì, sotto di loro, per acclamarci e chiamarci per nome.
Si passava quindi alla camera dei pipistrelli.
Qualcuno di noi teneva bene in alto le torce per illuminare il soffitto: vi pendevano a centinaia, offrendoci una visione sinistra ed eccitante. Si cominciava così con le nostre "filombre" la fitta sassaiola. I pipistrelli, assaliti all'improvviso, si davano alla fuga in volo caotico, pericoloso per noi; era un turbinio di sassi e di pipistrelli fino a quando nella stanza non ne restava più alcuno. Allora si raccoglievano con grida di giubilo le prede vinte e si faceva ritorno allo spiazzo.
Di quel percorso buio rammento assai poco, e credo che così sia anche per i miei compagni di allora.
Ricordo in modo particolare che dopo i primi due enormi stanzoni ci si doveva chinare per passare attraverso una stretta apertura; poi si sfilava ad uno ad uno lungo un angusto corridoio dopo il quale principiava la serie di stanze dove già si potevano incontrare i primi pipistrelli.
In una di queste, al ritorno, ci fermammo una volta per accendere un gran fuoco. Ci sedemmo tutt'intorno sopra dei mattoni caduti dai vecchi muri e mettemmo ad arrostire i pipistrelli morti, senza altro scopo che il piacere di completare con quel rito sinistro la caccia.
Questa operazione più volentieri la compivamo una volta ritornati in superficie, insieme coi compagni che ci attendevano alla mezzaluna.

Altre volte, giunti alla piccola apertura (la sortita) che conduce all'esterno delle Mura, si usciva nel prato e, girando sulla sinistra intorno all'orecchione, si arrivava fin sotto porta San Donato. Si scalava il muretto ed eravamo in strada, cogliendo di sorpresa qualche passante che ci vedeva sbucare da laggiù.
Lungo questo percorso ci si imbatteva nel canale che esce dalla città e confluisce in quello che tutti i lucchesi chiamano "il fosso". Si doveva allora superare l'ostacolo con un piccolo salto. Ma quale emozione provocava su di noi!
Fatto il salto, se si aveva voglia di affrontare un'altra avventura, anziché scalare il muretto e piombare in strada, potevamo attraversare il fosso grazie ad una longarina di ferro che congiungeva le due sponde. Dovevamo tenerci in buon equilibrio, poiché era molto stretta e non era davvero facile l'impresa: e infatti ricordo di esser caduto nell'acqua goffamente, provocando le risate dei compagni, anche loro però in altre occasioni derisi allo stesso modo.
Attraversato il fosso, sostavamo al bel lavatoio (oggi purtroppo in squallido abbandono); nel punto più basso, cioè tra il fondo del lavatoio e lo scalino sopra cui stavano le donne, c'era sempre un po' d'acqua: vi lasciavamo cadere i ranocchi pescati nel fosso o nelle fosse che si formavano nel prato.
Li guardavamo saltare, ed era uno spasso udire le donne gridare dallo spavento.

Tra il nostro rione e porta San Donato si trova il piazzale omonimo, abbellito da un parco di lecci bassi e numerosi, adattissimi al gioco della guerra.
Infatti, proprio lì venivano collocati i due quartieri generali, uno sulla punta e uno sulla base del parco, che ha forma triangolare. Qualche volta servivano allo scopo anche gli scalini della porta secondaria del vecchio ospedale.
Quel piazzale è rimasto nella mia memoria soprattutto perché fu teatro di guerra tra il mio rione e quello di Cittadella: guerra che si protraeva per giorni dato che contendenti erano i due rioni più popolari e rissosi della città, e nella quale si rischiava il prestigio delle parti.
Quando ne scoppiava una, il rione era in fermento e nessuno osava tirarsi indietro.
Si fabbricavano fionde, ci si addestrava alla mira e ogni giorno, nel primo pomeriggio, tutti elettrizzati dal pericolo, si prendeva posizione dietro i lecci, oppure nel cortiletto del dispensario (oggi sede della "Casa di accoglienza per immigrati e Casa della pace"), così da poter rispondere per le rime a "quelli di Cittadella" che venivano dalle Mura e dalla Manifattura Tabacchi.
La porta antica costituiva di solito la linea di demarcazione.
Non appena ci sorprendevamo a vicenda, le fionde saettavano fitte sassaiole, insidiosissime. Ricordo un compagno di nome Alberto colpito violentemente alla fronte da un sasso, mentre lungo il muro dell'ospedale avanzava verso la vecchia porta; si accasciò, lo trasportammo nelle retrovie e infine a casa.
Da entrambe le parti si trovavano ottimi fiondatori; ne conoscevamo bene il nome e il volto e ci si organizzava in fretta allorché avanzava uno di loro. Forse, però, il migliore di tutti era uno dei nostri, Renato, un ragazzone che ancora giovanissimo usava il fucile con precisione. Per lui la fionda non aveva segreti: riusciva a spegnere una candela da una distanza di circa venti metri senza mai fallire. Era abile cacciatore di lucertole quando uscivamo fuori porta a snidarle.
Di solito si piazzava dietro un leccio che dava verso le Mura (era quella la parte più esposta alle incursioni dall'alto) e lì se ne restava tranquillo. Ogni tanto però fiondava un sasso, e allora tutti si poteva vedere lassù da dietro un platano schizzar via il nemico, colpito infallibilmente.
Più spesso eravamo noi a vincere. Ricordo l'esaltante inseguimento che facemmo una volta dei nemici in rotta: lanciando sassi e correndo, li ricacciammo nel loro rione! Il poggio di Cittadella era strapieno di noi che, con le fionde tese e superbi della bella vittoria, osservavamo il mesto rientro dei vinti alle loro case.

All'estremità del piazzale San Donato fino a non molti anni fa era collocata la "stanza mortuaria" ove venivano spogliati e preparati i morti.
Un tardo pomeriggio uno di noi, arrampicandosi fino alla finestra, ne vide uno deposto nudo sul marmo; ci chiamò e a turno osservammo quel morto pallido e magro.
Il mistero della morte, e in genere tutto quello che ad essa è legato, attrae l'uomo, che tuttavia vi smarrisce il pensiero. Istintivamente ciò accade anche al ragazzo, e un'impresa che ci affascinava e ci piaceva compiere, particolarmente nelle calde serate d'estate, era quella di vagare attorno al cimitero di Sant'Anna alla ricerca dei fuochi fatui.
Poiché avevamo tanta paura, ci accompagnava Beppe, il campanaro del nostro rione, un quarantenne scapolo, con il quale si stava bene in compagnia.
Si attraversavano i marmi tenendoci stretti l'uno all'altro. Si sfilava poi lungo la stradetta del Barsotti, il marmista, sempre più guardinghi e silenziosi; quindi passavamo ammutoliti davanti al cancello principale del cimitero e si voltava sul lato sinistro.
Qui aveva inizio l'appassionante avventura.
A quel tempo, dietro il lungo ed alto muro di cinta si estendevano bei campi coltivati, e filari di meli che erano la nostra delizia quando ci spingevamo, certe volte di giorno, fin là. Di notte invece quel luogo era avvolto da un tenebroso silenzio, e ciò stimolava ancora di più la nostra fantasia, già fervidissima. Lungo il percorso ci si imbatteva spesso in qualche coppietta, sorpresa e ammutolita dal nostro arrivare.
Proprio a metà del muro di cinta, sul lato posteriore, era un gran cancello a pannelli metallici, arrugginiti e bucherellati dal tempo; lì ci fermavamo sempre, e a turno si spiava all'interno alla scoperta dei fuochi fatui.
Accadeva che qualcuno li vedesse e chiamasse i compagni, e questi, messisi ad osservare a loro volta, non scorgessero niente. Così al ritorno, qualcuno diceva di averli visti ed altri che era stata un'illusione. Non riesco a ricordare se anch'io vidi quei fuochi; ho nella memoria l'immagine di una fiammella vagante sopra le tombe, nella parte nuova del cimitero, ma non posso dire se scorsi realmente quella fiammella o se essa sia invece il frutto, ancora oggi, del racconto di qualche compagno.
Per osservare meglio la parte nuova, spesso salivamo sull'argine, sulla cui sommità è tracciato un sentierucolo. Camminavamo su quello dominando dall'alto le tombe. Era uno scenario di piccoli lumi assai suggestivo; spesso ci sedevamo sul poggio ad osservare e ci perdevamo in racconti e vaneggiamenti sui morti.

Osservando il bel quadro di Seurat dal titolo "La grande Jatte" si può avere l'idea di come, in estate, si trasformasse la bella pioppeta sull'argine del Serchio.
Soprattutto nel pomeriggio, dopo che la gente aveva dedicato ai bagni la mattinata, era animata dal vocìo dei villeggianti, seduti a gruppi sull'erba intorno ad una tovaglia imbandita; si mangiava, si beveva, si chiacchierava in allegria.
I ragazzi della mia età naturalmente non riuscivano a star fermi; il più delle volte si improvvisava una partita di calcio quanto mai bizzarra tra quei pioppi fittamente piantati. Gli adulti, dopo mangiato, si sdraiavano per terra, più spesso sopra una coperta e dormivano saporitamente.
Sul fiume erano due i luoghi maggiormente frequentati dai bagnanti: uno denominato "al rasaio" e l'altro "al Nozzi". Io andavo al primo, meno insidioso, dove l'acqua, come si soleva dire, "non ci ricopriva". Non per questo non vi accadevano disgrazie.
Una volta uno dei compagni, fatto un tuffo, non riemergeva più; ci mettemmo a gridare e finalmente accorse Pippo, robusto nuotatore di cui parlerò più avanti, il quale, ricevuta l'indicazione del punto, senza alcun indugio si tuffò e riportò in superficie il poveretto mezzo morto. Raccontò che era rimasto col capo incastrato tra due scogli.
I più grandi andavano invece al Nozzi dove l'acqua era alta e si potevano azzardare lunghe nuotate e tuffi.
V'era a quel tempo una baracchetta al di là della stradina che corre sull'argine, ove si vendevano bibite e panini.
Era da lì che i più bravi prendevano la rincorsa per il tuffo.
Tra questi era uno del nostro rione, ancora giovane e già alcolizzato, simpaticissimo sia da savio che da ubriaco. Era conosciuto come buon tuffatore ed infatti ogni volta ne inventava, eseguendo figure le più ardite e fantasiose.
Accadde anche a lui un giorno però, mentre si cimentava in un tuffo improvvisato, di sbagliare e di piombare dritto dritto su di uno scoglio nascosto sott'acqua. Svenne e fu ricondotto su dai compagni: una semplice sgraffiatura per fortuna, ma che gli costò per sempre le burle degli amici.
Quando si giungeva nel pieno della stagione, c'era l'usanza di far disputare al Nozzi delle gare di nuoto. Venivano poste sull'acqua, proprio sotto la riva sinistra, alcune botti vuote fissate sul fondo del fiume. Una fila di esse segnava la linea di partenza e l'altra quella di arrivo. La distanza tra i due punti veniva coperta dai gareggianti anche più d'una volta a seconda della prova in programma.
In quelle occasioni, ricordo, si distinguevano pressoché imbattibili alcuni giovani Polesi, che facevano onore alla città marinara da cui la guerra li aveva crudelmente allontanati.

La chiesa del nostro antichissimo rione è intitolata a San Tommaso, e infatti proprio in onore di quel santo lì si cresce nel più bel realismo: chiassate, monellerie, birbanterie; e soprattutto diffidenza nei confronti di chi non respira ad ogni boccata l'aria della strada.
A quel tempo era parroco del rione don Silvio Giurlani1, attivissimo e coraggioso cappellano militare durante la Resistenza, oggi ingiustamente dimenticato.
Una notte di Natale, mentre diceva solennemente Messa, in fondo alla chiesa un ubriaco (non era difficile trovarne in quella notte) entrato a rito iniziato, cominciò a brontolare sempre di più ad alta voce. Don Silvio si stava preparando alla Comunione ed era tutto assorto nella preghiera; all'improvviso, al sopraggiungere d'un nuovo brontolio, s'interruppe; di scatto si voltò e si diresse con decisione, così sontuosamente parato, incontro al poveretto. Senza dire una parola, lo afferrò per il collo e lo cacciò; quindi ritornò all'altare serenamente.
Chi fosse entrato nella chiesa fino a qualche anno fa, avrebbe potuto notare, alzando il capo, due belle file di lampadari dorati, da cui pendevano strisce circolari formate da piccole gocce di vetro. Quelle strisce le confezionammo e applicammo noi ragazzi con un lavoro che ci tenne intensamente occupati per giorni.
Ce ne stavamo rincantucciati nella soffitta della chiesa, da dove si accedeva anche al piccolo pulpito. Eravamo in tre o quattro; e il trovarci in quella piccola soffitta piena di oggetti sacri, alcuni dei quali ormai abbandonati, ci elettrizzava. Per interi pomeriggi si restava seduti sul pavimento ad infilare le gocce e a sistemarle poi sul lampadario. Intorno a noi contemplavamo con occhi estasiati gli stemmi dell'antica confraternita, i lampioncini, le statue di legno nude della Madonna, della Maddalena, di San Giovanni, che ogni due anni venivano vestite per la processione del Venerdì Santo.
Questa antica processione era chiamata anche del "Gesù inalberato" ed era assai nota oltre che attesa dalla città. Oggi è scomparsa, ma chi l'ha vissuta come me da ragazzo non la dimenticherà mai.
Noi ci si "incappava" (cioè si metteva la "cappa", una specie di saio con cappuccio, di color giallo) almeno un'ora prima dell'avvio e si vagava tra la folla ebbri di felicità.
Qualche volta da casa mia, affacciandomi tra mezzo ai lampioncini di carta colorata accesi, restavo incantato ad ammirare da lassù tutto quel pullulare variopinto e disordinato.
La liturgia della Settimana Santa conosceva allora una partecipazione assai numerosa (specialmente alla cosiddetta visita dei sepolcri) ed era (ma lo è ancora oggi) suggestiva per la particolarità delle cerimonie così intensamente legate alla passione di Cristo.
Per tutti quei giorni in cui le campane erano mute, andavamo in giro con "la traccola", una cassa di legno rettangolare munita di una manovella; questa azionava un ingranaggio dal quale usciva un rullio sordo (una specie di trac-trac, appunto) che sostituiva il suono delle campane.
Ci alzavamo al mattino molto presto per suonarla, pieni di entusiasmo, e facevamo in due o anche da solo il giro del rione.
La processione del Venerdì Santo costituiva il culmine di tali giornate.
Verso le 19 e qualche volta le 20 era dato il segnale della partenza: principiava allora un gran movimento, un andirivieni febbrile, nervoso, dei maestri delle confraternite, occupati a dare ordine alla processione, a stabilire le precedenze e la collocazione dei vari stemmi e lampioni.
Per ultima si muoveva "la barella" su cui era montata la scena del Golgota: Gesù sulla croce, con ai piedi la Madonna, la Maddalena e San Giovanni; e poiché era pesantissima, per l'occasione venivano gli uomini più forti della città. Si formavano le squadre, che ogni tanto si davano il cambio.
In quei momenti la processione si arrestava in attesa.
Tutte le strade dalle quali transitava si facevano onore gareggiando in luci e in addobbi.
La gente si accalcava ai lati della strada.
In certi punti, come in piazza San Frediano e in piazza San Michele, era davvero gran folla.
Dietro la barella veniva la banda musicale, schierata in grande uniforme ed infaticabile: soprattutto il suono dei piatti colpiva l'attenzione di noi ragazzi.

A quel tempo un'associazione femminile tuttora attiva, il C.I.F., si faceva carico di molte iniziative in favore dei ragazzi ed in particolare organizzava colonie al mare e ai monti e il doposcuola.
Da piccolo ho partecipato ad entrambi.
Delle colonie però ho un ricordo poco piacevole, poiché sentivo la nostalgia di casa e piangevo spesso, al contrario dei miei fratelli Giuseppe e Mario che sapevano meglio adattarsi.
Dopo due tentativi, mia madre desistette con mia grande soddisfazione.
Verso i quindici anni partecipai a due colonie "per adolescenti" che si tenevano presso il Sacro Cuore di Barga e mi trovai - quelle volte e a quell'età - tanto bene che ancora oggi mi sento legato alla bella cittadina anche per questi ricordi.
In particolare faceva la nostra felicità il cinema all'aperto, che si girava proprio al Sacro Cuore, sul campo sportivo2. Potevamo guardarlo comodamente dal balcone delle nostre camerette.
Ricordo un bellissimo salice - ancora vivente - i cui lunghi rami cadevano giù fino a terra formando una specie di capanna; al suo interno due o tre di noi trascorrevamo ore e ore serene ritagliando figurine col "traforo".
Al doposcuola invece, forse perché si teneva a due passi da casa mia, e cioè nella sala parrocchiale, sono andato sempre volentieri.
Ci teneva lezione una signorina del C.I.F. Ce ne stavamo seduti intorno a tavoli lunghissimi, impataccati di inchiostro e di scarabocchi, e si facevano i compiti assegnatici la mattina a scuola; la signorina passava tra noi a insegnarci.
Era molto graziosa e come accade a tutti i ragazzi di questo mondo ne eravamo un po' innamorati.
Un bel giorno qualcuno raccontò di averla sorpresa ad amoreggiare col fidanzato sul baluardo di Santa Croce.
A quel tempo ciò significava semplicemente che erano stati visti sdraiati o sull'erba o dietro un albero o sul poggio dell'orecchione; uno spettacolo consueto e piacevole questo, di vedere cioè i nostri baluardi ed anche le fortificazioni esterne davanti alla cortina di San Frediano piene di coppiette distese sull'erba: un modo innocente di vivere la giovinezza oggi scomparso.
L'apprendere che la maestrina veniva a Santa Croce a far l'amore mise tutti noi in agitazione.
Ed ecco presto combinata una monelleria.
Di solito davamo fastidio alle coppiette molto volentieri: lo facevamo quasi sempre appostandoci all'interno della mezzaluna e da lì lanciando "le pellicce" d'erba. Quando queste raggiungevano il bersaglio non facevano certo piacere, ed era allora tempo di mettere le gambe in spalla e battere in ritirata, poiché il fidanzatino non perdeva certo tempo a scrollarsi di dosso il terriccio: noi via in fuga e lui dietro per farcela pagare!
Ma una volta imboccata "la scesina" di piazzale San Donato la partita era vinta. Nessuno infatti osava mettere piede nel nostro rione.
Accadde la stessa cosa alla maestrina.
Ricordo assai bene che la scoprimmo in pieno amore davanti alle cannoniere sopra la sortita. Il gioco fu fin troppo facile e, dopo, come ci sentimmo colmi di felicità!
Le "pellicciate" le tiravamo anche ai passanti che imboccavano porta San Donato. Ce ne stavamo nascosti sotto gli archi della casermetta che si trova sopra il passaggio, con le pellicce pronte e ben ordinate sotto i nostri occhi; il primo malcapitato che usciva od entrava nella città se le prendeva tutte: era fin troppo facile cogliere il bersaglio!
Naturalmente seguiva a tutto ciò una precipitosa fuga.

Il nostro rione ospitava donne malfamate, alcune delle quali notissime nella città.
A causa loro, assai spesso scoppiavano violente liti che duravano anche per più giorni. Succedeva tutto all'improvviso quando qualcuno (e spesso era la stessa donna) usciva in strada gridando: «Aiuto, aiuto, si ammazzano!» Si udivano imprecazioni, urla, poi le grida degli uomini che si battevano ferocemente. Si formava sempre un capannello di curiosi; nessuno però osava intervenire tanta era la violenza della lotta.
Noi ragazzi guardavamo quelle donne con molta avidità.
Accadeva spesso che al mattino qualcuna di loro venisse alla fonte a riempire il secchio o i fiaschi. Scendevano discinte e chiacchieravano maliziosamente con noi: piaceva loro eccitarci e parlare di cose sconce. Era un'occasione da non perdere, soprattutto quando si trattava della più giovane: bionda, longilinea, dai tratti molto dolci. Era pressappoco coetanea, ma già donna; più pronta a donare che a ricevere. Un nostro compagno l'aveva avuta, qualche anno prima, domestica in casa sua e ci narrava come fosse stato facile per lui amoreggiare con la ragazza, cresciuta in una famiglia di prostitute.
Un certo giorno, con un frate chiamato appositamente dal parroco, andammo a fare la benedizione delle case.
Il priore tutti gli anni con molto rigore evitava le abitazioni malfamate. Il frate questo non lo sapeva e il parroco non pensò quella volta ad informarlo.
Avvenne così che salimmo in casa della più famigerata di loro, la quale viveva con un'altra prostituta.
Rimase sbigottita aprendo l'uscio, ma ci fece subito entrare festosamente; e l'uomo che era con lei restò in silenzio per tutta la durata della cerimonia.
Ma proprio nel bel mezzo di questa, giunsero all'improvviso da un'altra stanza, sensuali e pungenti, i sospiri dell'altra.
L'imbarazzo fu grande.
Ci accompagnarono per tutto il giorno.
Di liti per donne ho un labilissimo ricordo del tempo di guerra.
Abitavo allora una piccola casa proprio davanti alla chiesa. C'era l'oscuramento. Ad un tratto si udirono delle feroci grida provenire dalla strada. Mia madre aprì cautamente lo scuro della finestra di cucina, ed anch'io potei vedere due negri che si battevano a morte sul sagrato. Uno dei due estrasse fulmineamente il coltello ed assassinò l'altro, che stramazzò al suolo.
Mia madre chiuse in fretta, spaventata. Tacque.
Solo più tardi si levò un brusìo di voci e scorgemmo in strada gli uomini della M.P.
Il giorno dopo si seppe che i due negri si erano disputata in quel modo una delle prostitute del rione.
Quando da noi scoppiavano le liti, si doveva essere prudenti se la curiosità di vedere ci impediva (ed era quasi sempre così) di allontanarcene.
Anche per un bicchiere di vino scoppiavano o per una parola sgradita scappata ingenuamente; e se uno dei contendenti era un "fumino" (cioè facilmente irritabile e violento) questi reagiva all'istante con un pugno o con un calcio per "stendere" subito il rivale.
Scoppiavano anche all'interno del bar Giulio; e se il titolare - uomo risoluto che sapeva badare agli affari - non riusciva a spostare la lite all'esterno, allora bicchieri e sedie turbinavano per la stanza.
Uno di questi era soprannominato il "Morino"; aveva lavorato in Francia per alcuni anni, poi era ritornato e s'era messo a praticare più mestieri; infine l'imbianchino. Non molto alto, scuro di carnagione, non si tirava indietro quando gli si presentava l'occasione di menar le mani.
Una sera si scontrò con un rivale; questi, insidiosissimo, estrasse velocemente di tasca il coltello. Morino restò impassibile, lo sbeffeggiò per quel gesto da vigliacco.
L'altro era ormai risoluto, avanzava e si agitava focosamente.
All'improvviso, profittando di un attimo di smarrimento dell'avversario, Morino con un calcio riuscì a fargli schizzar via di mano il coltello. Gli fu subito addosso; lo stordì con pugni e schiaffi.
Morino spesso era ubriaco, come altri del rione; in tale circostanza era meglio girare alla larga da lui: pareva una belva fuggita dalla gabbia. Si aveva paura perfino a passargli accanto o a guardarlo, poiché avrebbe potuto provocarlo anche un'occhiata o un'ombra.
Il rione abbondava di uomini violenti; tuttavia è errato, profondamente errato, credere che fossero cattivi; era la vita della strada che insegnava a comportarsi così; di fronte ad un altro uomo, in occasione di lite, bisognava essere i primi a colpire; era insomma la legge del più forte che regolava il rione e che regola la vita, anche oggi, di ogni strada del mondo.
I giovani la imparavano dai vecchi.
A Lucca, intorno agli anni '50, era rinomato picchiatore un certo Canali, che io non ho mai conosciuto né, suppongo, visto. Si diceva fosse ben piazzato e sempre pronto a menar le mani.
Uno dei nostri arrivò un giorno al rione tutto affannato per la corsa. Entrò nel bar e gridò con incontenibile gioia: «L'ho steso, l'ho steso! Ho steso il Canali!» Ci raccogliemmo intorno a lui e Aldo raccontò che in piazza San Michele era venuto a lite con quell'energumeno.
«Quando s'è piantato davanti a me» raccontava «e ho capito ch'era deciso a picchiare, non ho perso un istante, mi son detto che dovevo colpire per primo, e son partito con un diretto preciso. È caduto di schianto.»
Fu una gran festa nel rione, perché battere quel tale non era cosa facile. Aldo morì qualche anno dopo, giovane ancora, in Francia, schiacciato da una lastra di marmo che stava scaricando.
Amava correre in bicicletta e da dilettante s'era fatto un nome.
Quando veniva a correre a Lucca, sulle Mura ad esempio, tutto il rione si precipitava ad applaudirlo; incitazioni e secchi d'acqua erano per lui.
Aldo costituiva con altri il gruppo dei giovani di Pelleria, che s'era creata rispettabile fama tra i picchiatori della città.
Quante volte rientravano al bar tutti trafelati, con gli abiti mezzo stracciati per una rissa il più delle volte scoppiata in passeggiata o in una sala da ballo!
Una sera uno di loro, Luciano, che oggi vive in America, tornò senza una scarpa, che aveva dovuto abbandonare appunto in un dancing dove la partita s'era messa male per lui e i compagni.
Ma il più forte era forse Lello; anche gli amici badavano a scherzare con lui, che aveva quasi sempre la mosca al naso.
Terzino in una squadra di calcio, era noto tra gli appassionati per le sue rimesse con le mani, che lanciava con una forza eccezionale: veri e propri calci di punizione. Si piegava all'indietro fin quasi a toccare il capo a terra e saettava il pallone come una fionda.
La sua forza era molto temuta.
Una sera, durante un torneo notturno, un giocatore lo irritò. Lello perse la bussola. Conquistò il pallone di prepotenza, atterrò con il solo vigore del corpo due o tre avversari.
Gli altri intuirono la furia che lo aveva pervaso.
Restarono immobili, come terrorizzati; ed anche il pubblico fece silenzio in attesa di una tragica incombente esplosione.
Ma Lello si quietò; arrivato sotto la porta avversaria passò la palla.
Pippo invece non era del rione, ma veniva tutti i giorni da noi.
Indossava sempre una canottiera, anche d'inverno: pieno di muscoli, non molto alto, era dotato di una forza straordinaria che traspariva dalla stessa figura.
Non era cattivo e non si picchiava mai, come capita sempre a quelli che sono veramente forti. In realtà nessuno attaccava briga con lui.
Pippo occupava le sue inesauribili energie a fare di tutto e specialmente era di casa al fiume, poiché gli piaceva l'acqua ed era un nuotatore formidabile. Riusciva a stare immerso per alcuni minuti senza prendere fiato; si raccontava che durante la guerra di lui s'eran serviti per far saltare o segare i ponti sul fiume.
Molte vite di ragazzi sfortunati o spericolati devono la salvezza alla sua abilità, oltre che al suo coraggio. Se sul fiume c'era lui, noi ragazzi si nuotava più serenamente (e ciò voleva dire anche più spericolatamente). Ricordo le tante volte che si udiva la voce dei bagnanti che si passavano il suo nome dall'uno all'altro gridando perché egli, dovunque si trovasse, accorresse a salvare uno che affogava. Ed arrivava sempre di corsa; gli bastava il cenno di qualcuno che gli indicasse il punto e subito si buttava.
Allora era certo che lo avrebbe riportato su vivo.
Io stesso lo vidi salvare un mio compagno che a causa di un tuffo maldestro era rimasto con la testa incastrata tra gli scogli.

Il rione è ambiente chiuso, sospettoso delle novità, e soprattutto istintivamente pronto a difendersi dall'esterno.
Con questo sentimento si cresce e ci si ama.
Non mancano le invidie, tuttavia, le gelosie, ma esse hanno spazio, esplodono solo quando il rione è in pace: grasse, feroci, non varcano mai il confine dell'ambiente e subito sono vinte nel momento in cui il gruppo è minacciato.
Nel rione fiorisce soprattutto un sentimento che l'«altra» città, più distratta, non avverte, difficile a definirsi: acerbo e già pruriginoso, nuovo ogni giorno, che lega tra loro i ragazzi e le ragazze di una stessa contrada.
Si cresce, si gioca, si è innocenti insieme finché un certo giorno si scopre che un'amica, fino a ieri bambina, ha d'un tratto occhi belli, il seno erompe, è simpatica, ben fatta.
Le giriamo attorno, una frenesia ci prende, ci sbigottisce.
In un rione dove siamo tanti, quando arriva il tempo di questo rigoglio, di questa stupenda primavera, è un continuo germogliare; ogni mattina una bambina diventa adolescente; gli occhi dei ragazzi le sono subito sopra attratti ancora inconsapevolmente. E accade che la stessa faccia in poco tempo più mutamenti tutti meravigliosi e alla fine, ancora incompiuta, profumi già di donna.
Quanti sogni prendevano il volo allora su quelle ragazze! Che fantasia per conquistarle!
La Messa domenicale era l'occasione più bella che si presentava.
Le attendevamo già pronti in chiesa seduti nel presbiterio, come s'usava. La ragazza entrava vestita con grazia; era subito un cercarci con gli occhi, un guardarci con intensa tenerezza.
Finita la Messa, si usciva dalla chiesa.
Due o tre di loro s'appartavano maliziosamente, prendevano la strada per porta San Donato o per le Mura: un chiaro richiamo. E noi s'andava.
Nascevano "le cotte" e c'era tra noi e loro una meravigliosa intesa che credo sia appartenuta anche alle precedenti generazioni del rione, così calda, così confortante, e cioè che i nostri amori si coltivavano tra noi, nel rione; guai ad innamorarsi di altri e se ciò per caso accadeva ai ragazzi, le ragazze si facevano gelose, pungenti, scure in volto, inquiete; il ragazzo, che quotidianamente viveva fra loro, presto però dimenticava e tornava; la tacita riconciliazione irradiava gioia a tutto il gruppo.
Erano sentimenti teneri e tuttavia tesi che rubavano il sonno e le ore allo studio; non profondi però, ed era facile innamorarsi delle altre compagne. Allora non v'era rancore, perché anche tra loro le ragazze avevano un patto segreto: che il ragazzo non "uscisse" dal rione e chi poteva doveva impedirlo.

Sono trascorsi tanti anni da quei giorni e mi capita di rado di passare da Pelleria.
Quando le rare volte incontro qualcuno dei vecchi compagni, mi scuso di non avere più tempo: è concesso assai poco ai ritorni, alla memoria dei sentimenti; gli uomini mutano, invecchiano, muoiono; ti rendi conto solo quando è troppo tardi di non aver fatto in tempo a visitare l'amico, ad incontrarlo dopo anni di silenzio.
Quante volte ho pensato di fermarmi, rivedere i luoghi, le finestre, le stanze dove ho abitato, che mi hanno visto bambino; salutare gli ultimi ancora rimasti lì.
Ma il lavoro, i piccoli impegni quotidiani, lo scrivere, la famiglia rosicano il tempo, ossia la vita.

Prima stesura 1974

 

Bartolomeo Di Monaco
www.bartolomeodimonaco.it
info@bartolomeodimonaco.it

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Note

1
Morto il 10 luglio 1977. È sepolto nel piccolo cimitero di Collodi, su di una collina bella di ulivi.

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2
Oggi trasformato in parcheggio.

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